|
[...]
In India si dice che l'ora
più bella è
quella dell'alba, quando la
notte aleggia ancora nell'aria
e il giorno non è ancora
pieno, quando la distinzione
fra tenebra e luce non è
ancora netta e per qualche
momento l'uomo, se vuole,
se sa fare attenzione, può
intuire che tutto ciò
che nella vita gli appare
in contrasto, il buio e la
luce, il falso e il vero non
sono che due aspetti della
stessa cosa. Sono
diversi, ma non facilmente
separabili, sono distinti,
ma «non sono due».
Come un uomo e una donna,
che sono sì meravigliosamente
differenti, ma che nell' amore
diventano Uno.
Quella è l'ora in cui
in India - si dice - i rishi,
«coloro che vedono»,
meditano solitari nelle loro
remote caverne di ghiaccio
nell' Himalaya caricando l'
aria di energie positive e
permettendo così anche
ai principianti di guardare,
appunto in quell'ora, dentro
di sé, alla ricerca
della spiegazione di tutto.
Non
so dove meditassero i rishi
americani, ma l'alba era anche
per me a New York l'ora più
bella, quella in cui davvero
l'aria mi pareva più
carica di qualcosa di buono
e di speranza. Certo era così
perché i primi, rassicuranti
bagliori del nuovo sole scioglievano,
specie per un ammalato, le
paure della notte, ma anche
perché, affondata ancora
in un relativo silenzio, la
città, senza le folle
dei suoi abitanti, era al
suo poetico meglio: con le
cartacce che svolazzavano
come gabbiani per le grandi,
dritte strade deserte, qualche
raro taxi che lentamente andava
in cerca di un primo cliente
e i barboni ancora raggomitolati
nelle loro coperte sui bocchettoni
di sfiato della metropolitana.
Misteriosi buchi qua e là
nell' asfalto soffiavano in
aria strane colonne di vapore
bianco, come fossero le narici
dei draghi ancora addormentati
nelle viscere calde di quello
straordinario cuore di New
York che è Manhattan.
Nella
doppia luce di quell'ora la
città stessa sembrava
meditabonda, raccolta su di
sé, concentrata sul
suo essere, prima di diventare
il campo di battaglia delle
infinite guerre che ogni giorno
si celebrano sulle scrivanie
e nei letti dei suoi palazzi,
ai tavoli dei suoi ristoranti,
per le strade e nei suoi parchi:
guerre di sopravvivenza, di
potere, di avidità.
New
York mi piaceva moltissimo.
Adoravo, quando ero in forze,
attraversarla in lungo e in
largo, a piedi, a volte per
ore di seguito. Ma mi era
anche impossibile in certi
momenti non sentire il carico
di lavoro, di dolore e sofferenza
che ogni suo grattacielo rappresentava.
Guardavo il Palazzo delle
Nazioni Unite e pensavo a
quante parole e quante menzogne,
a quanto sperma e quante lacrime
venivano versate nell' inutile
tentativo di gestire una umanità
che non può essere
gestita, perché il
solo principio che la domina
è quello dell' ingordigia
e perché ogni individuo,
ogni famiglia, ogni villaggio
o nazione pensa solo al suo
e mai al nostro. Camminavo
davanti al Plaza Hotel, passavo
davanti al Waldorf Astoria,
i grandi, famosi alberghi
di New York, dove sono scesi
e scendono ancora i dittatori,
i capi di Stato e di governo,
le spie e i rispettabili assassini
di mezzo mondo, e ripensavo
alle decisioni prese, ai complotti
che, orditi in quelle stanze,
hanno cambiato i destini di
vari Paesi rovesciandone i
regimi, uccidendone gli oppositori
o facendo sparire nel nulla
qualche dissidente prigioniero.
Guardavo
le insegne delle banche, le
bandiere che sventolavano
sugli edifici delle grandi
società di varie nazionalità
e di vari intenti, ma tutte,
immancabilmente, con radici
qui e immaginavo come qualche
signore incravattato - uno
per il quale nessuno ha votato,
del quale i più non
han mai sentito pronunciare
il nome, uno che sfugge al
controllo di tutti i parlamenti
e di tutti i giudici del mondo
- avrebbe da lì a qualche
ora deciso, in nome del sacrosanto
principio del profitto, di
ritirare miliardi di dollari
investiti in un Paese per
metterli in un altro, condannando
così intere popolazioni
alla miseria.
La
razionale follia del mondo
moderno era tutta concentrata
lì, in quei pochi,
meravigliosi, vitali chilometri
quadrati di cemento fra l'East
River e l'Hudson, sotto un
cielo terso, sempre pronto
a riflettere l'increspato
splendore delle acque. Quello
era il cuore di pietra del
dilagante, disperante materialismo
che sta cambiando l'umanità;
quella era la capitale di
quel nuovo, tirannico impero
verso il quale tutti veniamo
spinti, di cui tutti stiamo
diventando sudditi e contro
il quale, istintivamente,
ho sempre sentito di dovere,
in qualche modo, resistere:
l'impero della globalizzazione.
E proprio lì,
lì nel centro ideologico
di tutto quel che non mi piace,
ero venuto a chiedere aiuto,
a cercare salvezza! E
non era la prima volta. A
trent'anni c'ero arrivato,
frustrato da cinque anni di
lavoro nell'industria, per
rifarmi una vita come la volevo.
Ora c'ero tornato per cercare
di guadagnare tempo sulla
scadenza di quella vita. Anche
la prima volta avevo sentito
forte la profonda contraddizione
fra la naturale gratitudine
per ciò che l'America
mi dava - due anni di libertà
pagata per studiare la Cina
e il cinese alla Columbia
University per prepararmi
a partire da giornalista in
Asia - e il disprezzo, il
risentimento, a volte l' odio,
per ciò che l' America
altrimenti rappresentava.
Quando
nel 1967 Angela e io, entusiasti,
sbarcammo a New York dalla
Leonardo da Vinci che ci aveva
presi a bordo una settimana
prima a Genova, l'America
cercava, con una guerra sporca
e impari, di imporre la sua
volontà a un misero
popolo asiatico armato solo
della sua cocciutaggine: il
Vietnam. Ora l'America, con
una ben più sofisticata,
meno visibile e per questo
meno resistibile aggressione,
stava cercando di imporre
al mondo - assieme alle sue
merci - i suoi valori, le
sue verità, le sue
definizioni di buono e di
giusto, di progresso e...
di terrorismo.
A
volte, vedendo entrare e uscire
dai grandi, famosi edifici
della Quinta Strada o di Wall
Street eleganti signori con
le loro piccole valigette
di bel cuoio, mi veniva il
sospetto che quelli fossero
gli uomini da cui bisognava
guardarsi e proteggersi. In
quelle borse, camuffati come
«progetti di sviluppo»,
c'erano i piani per dighe
spesso inutili, per fabbriche
tossiche, per centrali nucleari
pericolose, per nuove, avvelenanti
reti televisive che, una volta
impiantate nei Paesi a cui
erano destinate, avrebbero
fatto più danni e più
vittime di una bomba. Che
fossero loro i veri «terroristi»?
Con
le strade che si popolavano
subito dopo l'alba, New York
perdeva ai miei occhi la sua
aria incantata e a volte mi
appariva come una mostruosa
accozzaglia di tantissimi
disperati, ognuno in corsa
dietro a un qualche sogno
di triste ricchezza o misera
felicità.
Alle otto la Quinta Strada,
a sud di Central Park, a un
passo da casa mia, era già
piena di gente. Zaffate di
profumi da aeroporto mi riempivano
il naso a ogni donna che,
correndo col solito cartoccio
della colazione in mano, mi
sfiorava per entrare in uno
dei grattacieli. Che modo
di cominciare una giornata!
(...)
La folla a quell'ora era di
gente per lo più giovane,
bella e dura: una nuova razza
cresciuta nelle palestre e
alimentata nei Vitamin-shops.
Alcuni uomini più anziani
mi pareva di averli già
visti in Vietnam, allora ufficiali
dei marines, e ora, sempre
dritti e asciutti nell' uniforme
di businessman, sempre «ufficiali»
dello stesso impero, impegnati
a far diventare il resto del
mondo parte del loro villaggio
globale.
Quando
stavo a New York la città
non era ancora stata ferita
dall' orribile attacco dell'
11 settembre e le Torri gemelle
spiccavano snelle e potenti
nel panorama di Downtown,
ma non per questo, anche allora,
l'America era un Paese in
pace con se stesso e col resto
del mondo. Da più di
mezzo secolo gli americani,
pur non avendo mai dovuto
combattere a casa loro, non
hanno smesso di sentirsi,
e spesso di essere, in guerra
con qualcuno: prima col comunismo,
con Mao, con i guerriglieri
in Asia e i rivoluzionari
in America Latina; poi con
Saddam Hussein e ora con Osama
bin Laden e il fondamentalismo
islamico. Mai in pace. Sempre
a lancia in resta. Ricchi
e potenti, ma inquieti e continuamente
insoddisfatti.
Un giorno, nel New York Times
mi colpì la notizia
di uno studio fatto dalla
London School of Economics
sulla felicità nel
mondo. I risultati erano curiosi:
uno dei Paesi più poveri,
il Bangladesh, risultava essere
il più felice. L'India
era al quinto posto. Gli Stati
Uniti al quarantaseiesimo!
A
volte avevo l'impressione
che a goderci la bellezza
di New York eravamo davvero
in pochi. A parte me, che
avevo solo da camminare, e
qualche mendicante intento
a discutere col vento, tutti
gli altri che vedevo mi parevano
solo impegnati a sopravvivere,
a non farsi schiacciare da
qualcosa o da qualcuno. Sempre
in guerra: una qualche guerra.
Una
guerra a cui non ero abituato,
essendo vissuto per più
di venticinque anni in Asia,
era la guerra dei sessi, combattuta
in una direzione soltanto:
le donne contro gli uomini.
Seduto ai piedi di un grande
albero a Central Park, le
stavo a guardare. Le donne:
sane, dure, sicure di sé,
robotiche. Prima passavano
sudate, a fare il loro jogging
quotidiano in tenute attillatissime,
provocanti, con i capelli
a coda di cavallo; più
tardi passavano vestite in
uniforme da ufficio - tailleur
nero, scarpe nere, borsa nera
con il computer - i capelli
ancora umidi di doccia, sciolti.
Belle e gelide, anche fisicamente
arroganti e sprezzanti. Tutto
quello che la mia generazione
considerava «femminile»
è scomparso, volutamente
cancellato da questa nuova,
perversa idea di eliminare
le differenze, di rendere
tutti uguali e fare delle
donne delle brutte copie degli
uomini. (pagg. 53-57) [...]
****** ***** ***** *****
[...]
C’era qualcos’altro
lassù che col passare
del tempo divenne per me sempre
più importante: il
silenzio. E’
un’esperienza a cui
non siamo più abituati.
Lassù faceva da sottofondo
a tutte le esperienze.
C’erano vari silenzi
e ognuno aveva le sue qualità.
Di giorno il silenzio era
la somma del cinguettare degli
uccelli, del gridare degli
animali, del soffiare del
vento su cui non compariva
mai un suono che non venisse
dalla natura: non il rumore
di un motore, né quello
prodotto da un uomo. Di notte
il silenzio era un unico,
sordo rimbombo che usciva
dalle viscere della terra,
attraversava i muri, entrava
dappertutto. Il silenzio lassù
era un suono. Un simbolo dell’armonia
dei contrari a cui aspiravo?
I miei orecchi, mi accorgevo,
non sentivano assolutamente
nulla, ma quel rimbombo era
fuori e dentro la mia testa.
La voce di Dio? La musica
delle sfere? Stando
in ascolto, anch’io
cercavo di definirlo e immaginavo
solo un enorme pesce che cantava
sul fondo del mare.
Meraviglioso, il silenzio!
Eppure noi moderni, forse
perché lo identifichiamo
con la morte, lo evitiamo,
ne abbiamo quasi paura. Abbiamo
perso l’abitudine a
stare zitti, a stare soli.
Se abbiamo un problema, se
ci sentiamo prendere dallo
sgomento, preferiamo correre
a frastornarci con un qualche
rumore, a mischiarci a una
folla anziché metterci
da una parte, in silenzio,
a riflettere. Uno sbaglio,
perché il silenzio
è l’esperienza
originaria dell’uomo.
Senza silenzio non c’è
parola. Non c’è
musica. Senza silenzio non
si sente. Solo nel
silenzio è possibile
tornare in sintonia con noi
stessi, ritrovare il legame
fra il nostro corpo e tutto-quel-che-ci-sta-dietro.
Da tempo predicavo, a chi
mi voleva ascoltare, la santità
del silenzio, finché
tra le vecchie storie indiane
ne avevo trovata una che in
poche parole spiega tutto.
Un re va da un famoso rishi
nella foresta.
“Dimmi, qual è
la natura del Sé?”
chiede.
Il vecchio lo guarda e non
risponde.
Il re ripete la domanda. Il
rishi non risponde. Il re
chiede di nuovo la stessa
cosa, ma il rishi resta muto.
Il re s’arrabbia e urla:
“Io chiedo e tu non
rispondi!”
“Tre volte ti ho risposto,
ma tu non stai a sentire”,
dice, calmo, il rishi. “La
natura del Sé e il
silenzio.”
Ramana Maharishi, il mistico
indiano morto nel 1959 nel
suo ashram ai piedi dell’Arunachal,
la montagna che lui si era
scelta come guru, era solito
dire: “Ci sono
vari modi di comunicare con
qualcuno: toccandolo, parlandogli,
ma soprattutto col silenzio.”
Il silenzio di Ramana era
“potente” e tantissimi
visitatori erano sopraffatti
dalla sua semplice presenza.
Somerset Maugham, lo scrittore
inglese, entrò nella
stanza dove Ramana sedeva
e svenne. Lo psicologo Carl
Jung, pur avendo già
preso accordi per incontrare
il grande mistico durante
il suo soggiorno indiano,
all’ultimo momento rifiutò
di andarci. Forse temette
che il semplice silenzio di
Ramana facesse crollare la
sua teorica visione della
psiche.
Col passare dei giorni avevo
l’impressione che al
silenzio fuori dal mio rifugio
nelle montagne corrispondesse
sempre di più un silenzio
dentro di me e questo, unito
alla solitudine, mi dava momenti
di vera esaltazione. Senza
distrazioni, senza stimoli
esterni, la mente era libera
di seguire i suoi fili, di
uscire dai suoi limiti e alla
fine di calmarsi. Una
mente silenziosa non vuol
dire una mente senza pensieri.
Vuol dire che i pensieri avvengono
in quella quiete e possono
essere meglio osservati. Possono
essere pensati meglio.
Mai come oggi il mondo avrebbe
bisogno di maestri di silenzio
e mai come oggi ce ne sono
così pochi. Bisognerebbe
averli nelle scuole: ore dieci,
lezione di silenzio. Una lezione
difficile perché, sintonizzati
come siamo sulla costante
cacofonia della vita nelle
città, non riusciamo
più a “sentire”
il silenzio. Eppure varrebbe
la pena provare. Se da ragazzo
mi avessero insegnato la filosofia
cominciando col farmi star
zitto e chiedermi chi ero,
avrei forse finito per capire
qualcosa: se non altro che
tutte quelle teorie avevano
un rapporto con la mia vita
ed erano meno noiose di come
me le facevano apparire.
L’altra
grande esperienza del mio
stare lassù era la
natura. Capivo perché
certi popoli non abbiano avuto
bisogno di scritture sacre,
di messaggi portati da qualcuno
venuto da un qualche aldilà.
Quello davanti ai loro occhi,
aperto a tutti, era il libro
da leggere. Tutti i messaggi
erano lì. C’è
qualcosa di intimamente sacro
nella natura in cui l’uomo
non ha ancora messo le mani
per sfruttarla e piegarla
ai suoi fini.
La natura, nella sua
primitiva purezza, è
in equilibrio, ha quella completezza
a cui noi umani aspiriamo.
Semplicemente osservandola,
avevo l’impressione
di ritrovare una patria; sentivo
un’assonanza che avevo
dimenticato. Rimettere la
mia vita al suo ritmo mi pareva
in sé una medicina.
Nelle città non ci
facciamo più caso.
Il giorno finisce e automaticamente
si accendono le luci. Si continua
a leggere, a camminare, a
lavorare lo stesso, si potrebbe
– e molti, costretti
dai loro mestieri lo fanno
– capovolgere tutto:
star svegli di notte e dormire
di giorno. Ma con questo capovolgiamo
noi stessi. Più ci
inciviliamo, più ci
allontaniamo dalla natura,
compresa la nostra natura
che è quella di essere
parte del tutto.
Seduto su un’alta roccia
del crinale, a volte per ore,
senza più l’angoscia
dello scorrere del tempo,
imbacuccato contro il freddo,
dinanzi all’orizzonte
traversato da catene e catene
di montagne bianche e azzurre,
avevo momenti di estasi. Lo
stesso vento che carezzava
me piegava i fili d’erba
ai miei piedi, spingeva le
nuvole nel cielo, e la vita
che sentivo tutta attorno
nelle piante, nei fiori, negli
animali era la stessa che
scorreva nelle mie vene. La
natura aiuta a espandere la
coscienza e la mia sembrava
improvvisamente capace di
percepire la totalità.
Nella natura non
c’è niente di
piccolo, di meschino; niente
che ci angustia, che ci immiserisce.
Al contrario, nella natura
ci si sente portati alla grandezza
e, come volessimo far entrare
dentro di noi quella che è
fuori, allarghiamo istintivamente
i polmoni e respiriamo profondamente.
Ero solo, ma dovunque posassi
lo sguardo c’erano decine,
centinaia, infinite altre
esistenze. Dovunque c’era
vita, in varie forme, in vari
stadi: vita in continua creazione.
Il Ragno Cosmico in quel momento
stava tessendo la tela dell’universo,
ogni parte tenuta assieme
dallo stesso filo, come le
perle della collana di Indra,
ognuna capace di riflettere
tutte le altre.
E il Ragno non aveva bisogno
d’un settimo giorno
per riposarsi. Lui continuava
a tessere. O era Vishnu che,
in un altro bel mito, stava
dormendo e l’intero
universo altro non era che
il suo sogno? Attenti a non
svegliarlo, perché
tutto svanirebbe nel nulla!
Stupende queste visioni della
Creazione! Una creazione che
avviene ora, che avviene continuamente.
Non una creazione persa nel
tempo, fatta in sei giorni.
Non l’uomo creato prima
della donna! E non l’uomo
fatto a immagine e somiglianza
del creatore! Perché
è vero esattamente
il contrario: è l’uomo
che ha percepito il creatore
a sua immagine e somiglianza.
Che altro è, se non
una proiezione dell’Io
e delle sue passioni, quel
dio delle religioni, geloso
degli altri dei, selettivo
in chi ama e vendicativo al
punto da condannare per l’eternità
chi, nel breve spazio di una
vita, può averlo offeso?
Di tutto il creato solo l’uomo
è fatto così.
E solo umane sono quelle passioni
che le religioni attribuiscono
al creatore. Nel resto della
natura non esistono. Il leone
non è arrabbiato quando
azzanna una gazzella. Ha semplicemente
fame.
Che piacere osservare i propri
pensieri! Per giunta circondato
da una bellezza di cui potevo
godere liberamente, senza
dover cercare di farla mia.
Questo è un
altro aspetto rasserenante
della natura: la sua immensa
bellezza è lì
per tutti. Nessuno può
pensare di portarsi a casa
un’alba o un tramonto.
Il
Divino Artista era inesauribile
con le sue sorprese: una nuvola
nera che parava il sole e
creava una colata d’oro
sui ghiacciai; un’improvvisa
parete di pioggia dietro la
quale le montagne luccicavano
come fossero di metallo; o
il sempre diverso emergere
del mondo dal buio cosmico
della notte.
Solo a guardare il palmo di
terra verso il quale mi chinavo
per raccogliere qualcosa da
mettere ai piedi di Milarepa
sul mio tavolino c’era
da perdersi di meraviglia.
I colori, le forme, le venature
delle foglie sembravano non
avere fine, così come
la varietà dei fili
d’erba e dei fiori,
a volte minuscoli.
Il piccolo e il grande; un
arbusto e l’intera catena
dell’Himalaya erano
espressione della stessa bellezza,
parte dello stesso inesauribile
spettacolo.
Una mattina mentre facevo
i miei esercizi con le spalle
al sole mi vidi riflesso in
un banco di nebbia che saliva
dal baratro sotto il costone.
La nebbia si muoveva a gran
folate e improvvisamente tutto
attorno all’ombra della
mia testa si formò
un’aureola con tutti
i colori dell’arcobaleno.
Ma non ebbi il tempo di prendermi
per santo. Dalla cima
di un albero vicino gracchiarono
i corvi. E la loro era ovviamente
una risata.(pagg. 528-532)
[...]
|